Stuck in the (not) mom(ent)

Welcome to the land where unicorns don't fly


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What to expect when you’re expecting, the movie

In questo film si parla di diverse coppie che stanno per avere un figlio, di gravidanza, aborto e infertilità. Il film è carino e ha il pregio di presentare diversi punti di vista riguardo alla gravidanza o alla ricerca di un figlio, ma non ha approfondito adeguatamente gli stati d’animo dei protagonisti, forse semplicemente per il fatto che è una commedia leggera e con il lieto fine.

Spoiler alert!

Note positive:

  • Mi è piaciuto il fatto che abbiano parlato di infertilità: una delle coppie non riesce ad avere figli e sceglie l’adozione dopo aver speso moltissimi soldi in FIV, un’altra coppia sta cercando la gravidanza da due anni.
  • Hanno presentato diversi tipi di gravidanza: quella senza problemi e quella con problemi, e lo stesso vale per il parto.
  • Hanno parlato di adozione e di FIV, seppure molto superficialmente.
  • Particolarmente interessante, per me, il fatto che abbiano parlato di aborto spontaneo: una delle protagoniste perde il bambino all’inizio della gravidanza.

Note negative:

  • Si sono evidenziati i lati comici e positivi dei personaggi e delle loro situazioni, senza approfondire le loro storie. Non ci sono riflessioni sull’infertilità, o sull’adozione, o sugli stati d’animo delle coppie che cercano un figlio da tanto tempo. Tutto è abbastanza leggero, da commedia, per far ridere.
  • L’aborto è affrontato solo marginalmente. Una sera la ragazza, incinta per sbaglio dopo un solo rapporto occasionale, perde sangue e all’ospedale le dicono che ha abortito. La sua reazione è di allontanare da sè il padre del bambino, con cui la storia era appena cominciata. I suoi sentimenti non vengono però mostrati allo spettatore, la sua storia rimane ai margini. Alla fine si riconcilia col padre del bambino e dice che arriverà il momento giusto per avere un figlio. L’aborto è superato molto velocemente, e io non sono sicura che sia proprio così.

Alla fine è un film piacevole nel quale, una volta tanto, vengono raccontate storie differenti e non c’è la solita rappresentazione della gravidanza come un avvenimento che fila via liscio e tranquillo, o che arriva come una bella sorpresa o un miracolo.

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This movie revolves around several couples who are about to have a baby, pregnancy, miscarriages and infertility. It is a cute movie which has the merit of presenting different points of view about pregnancy or the TTC process, but it did not elaborate adequately on the characters feelings, perhaps simply because it is a light comedy with a happy ending.

Spoiler alert!

Positive notes:

  • I liked the fact that the movie dealt with infertility: one of the couples cannot have children and chooses to adopt after spending a lot of money in IVF.  Another couple is trying for two years.
  • It depicted different kinds of pregnancy: with or without issues, and it did the same for delivery.
  • It talked about adoption and IVF, albeit very superficially .
  • Particularly interesting, to me, the fact that the movie dealt with a miscarriage: a girl loses the baby during early pregnancy.

Negative notes:

  • The movie highlights the positive and comic sides of the characters and their situations, without analyzing their stories. It lacks some thoughts on infertility, adoption, or on the feelings of the couples who are trying for so long. Everything is  light, typical of a comedy, in order to make people laugh.
  • Miscarriage is addressed only marginally. One evening the girl, pregnant by mistake after just one casual intercourse, wakes up bleeding and at the hospital the doctor tell her that she have just miscarried. Her reaction is to move away from the father of the baby, with whom the relationship had just begun. Her feelings are not, however, shown to the viewer. Her story remains on the sidelines. At the end she reconciles with the father of the baby and says that the right time will come to have a baby. She gets over her miscarriage very quickly, and I’m not sure that’s accurate.

At the end of the day it is a nice movie, one that tells different stories, without the usual representation of pregnancy as a magical event that always goes smoothly, or that comes as a surprise or a miracle.

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1 Commento

Infertilità vs. abortività

Agli occhi di chi sta fuori, una coppia senza figli è una coppia senza figli. Non c’è riuscita. Ma la verità è che essere infertili ed essere poliabortive è totalmente diverso. Non sto dicendo che si soffre di più ad essere poliabortive, come sono io. Non posso dirlo perché io non sono infertile e non so cosa voglia dire non avere mai un test positivo e magari non trovare mai la causa dell’infertilità, perciò non posso fare paragoni.

Chiaramente poliabortiva una lo diventa dopo un certo numero di aborti, per cui potebbe sembrare che, dopo un solo aborto, lo stato d’animo non sia tanto diverso da quello di una donna “normale”. Ma non è così. Dopo un aborto, non si è più serene al 100%. Dopo un aborto ci si chiederà per sempre se succederà ancora. Poi potrebbe essere che non succeda più, come nella maggior parte dei casi, e quindi probabilmente si viene a patti con l’aborto, lo si relega in fondo alla memoria. Ma nel momento in cui una donna fa un test di gravidanza dopo aver avuto un aborto, non prova la gioia sconfinata di chi ha atteso quel positivo con trepidazione. Prova spavento, ansia. Ha paura di rivivere ancora quel brutto momento in cui le hanno comunicato che non c’era battito, oppure di trovare delle perdite di sangue da un momento all’altro. L’innocenza e la gioia dei nove mesi di gravidanza sono persi per sempre, dopo un aborto. La cosa in assoluto più brutta, per quanto mi riguarda, è sentirsi dire certe cose da chi non ci è mai passato. Capita addirittura che un’infertile ti dica: “Non sai cosa darei io per vedere un positivo ogni tanto“, ma è un’affermazione stupida. Tu, infertile, certamente vorresti vedere un positivo, ma sono sicura che vorresti pure che quel positivo durasse nove mesi. Sai cosa vuol dire vedere un positivo e illudersi, volare con la mente, e poi trovarsi con un aborto in atto? No, non lo sai. Così come io non so quanto sia dura veder passare gli anni senza mai avere un positivo. Io posso dire che, alla luce della mia storia, avrei preferito di gran lunga non essere mai rimasta incinta piuttosto che subire quattro aborti.

Un’altra cosa dolorosa da sentirsi dire è: “Sii più positiva“, quando comunichi che sei incinta. Come se poi, quando va male, fosse colpa tua che non sei stata abbastanza felice alla vista del test. Come no. Certo che ero felice. Io sono stata felice al secondo test positivo, ma non per questo non ero preoccupata. Al momento della prima ecografia, quando si è vista solo la camera gestazionale vuota, ho anche sperato che l’embrione comparisse dopo. Ma vi do una notizia: se le cose promettono male, di solito vanno male. Inutile perdersi nei forum a cercare tutte quelle storie di donne che hanno avuto perdite per nove mesi e però hanno avuto i loro figli, o di quelle che raccontano che a 8 settimane di gestazione non c’era l’embrione e poi è apparso. Di solito sono storie false. Non per la cattiva fede di chi le racconta, ma per l’imprecisione delle loro descrizioni.  La maggior parte di quelle che racconta queste storie miracolose non sa esattamente quando ha concepito o non sa descrivere quali fossero i suoi problemi e quindi grida al miracolo. Ma credetemi: se le tabelle ufficiali ginecologiche dicono che l’embrione a 6 settimane deve avere il battito, perché hanno studiato milioni di embrioni ed è sempre così, allora è vero. Stop. Se il vostro embrione non ha il battito difficilmente apparirà più tardi. Ho una lunga esperienza in queste cose, lunghissima.

Quando poi hai avuto due aborti, e rimani incinta per la terza volta, la sensazione è quasi di “forza, muoviamoci ad abortire, ché voglio arrivare alla fine il più presto possibile”. Non puoi credere che ti andrà bene. Non prenoti l’ecografia alla sesta settimana, tanto sai già che sarebbe un’angoscia inutile. Meglio aspettare. E poi magari abortisci di nuovo. Ecco: ora fai parte della categoria delle poliabortive. Ti prescrivono un sacco di esami e, nella maggior parte dei casi, non trovano niente. Ti dicono di continuare a riprovare, ché è solo sfortuna.

Il quarto aborto per me è stato il più difficile da sopportare, finora. Un po’ perché il test positivo coincideva con la data parto della terza gravidanza e col mio compleanno, quindi ho sperato in un regalo. Un po’ perché dopo tre aborti pensavo di aver ormai esaurito tutte le casistiche negative. Un po’ perché erano mesi che, su suggerimento dell’ematologa, prendevo vitamine a dosaggi altissimi e avevo fatto iniezioni di eparina (inutili nel mio caso) subito dopo il test positivo. Un po’ perché mio marito aveva finalmente degli spermiogrammi ottimi. Un po’ perché ho abortito e dopo poco era Natale e io, nonostante il mio realismo e nonostante le esperienze negative, mi vedevo dare l’annuncio della gravidanza proprio a Natale. E’ stato difficile. Ho fatto lo stesso l’albero, per tirarmi su di morale, per essere circondata da decorazioni allegre che davano calore alla casa, ma ho passato settimane nere, nerissime.

Posso dire che preferirei non rimanere mai più incinta piuttosto che abortire di nuovo? L’ho anche già detto fin dal primo aborto, per la verità. Perché il non vedere più un test positivo non ha grossi impatti sulla mia vita. La mia vita rimane così com’è. Posso pianificare cose a lungo termine, perché tanto non sarò incinta. Posso rimanere delusa dall’arrivo delle mestruazioni, ma si tratta di un giorno o due e poi la vita riprende come sempre. Posso uscire, ridere, scherzare con gli amici perché non sto subendo un lutto. Quando abortisci non soffri solo alla diagnosi di aborto e dopo. Soffri anche prima. Soffri a partire dal test positivo, perché hai paura. Poi vai avanti per alcune settimane, finché dura la tua gravidanza, in preda al timore di veder scomparire i sintomi o di avere delle perdite. Poi, se sei fortunata, hai le perdite e abortisci naturalmente. Se invece sei sfortunata arrivi alla visita, c’è incertezza sull’evoluzione della gravidanza e ti rimandano alla settimana successiva. E poi, ti cade la tegola in testa. E magari ti tocca pure andare a fare un’isterosuzione. E poi non è finita, perché dopo un qualsiasi aborto devi fare un’ecografia di controllo a distanza di un mesetto per vedere che sia tutto a posto. Quindi come minimo passi due mesi della tua vita ad angosciarti e soffrire e solo dopo potrai rialzarti. Se invece va peggio, e l’aborto avviene più avanti, i mesi aumentano. Magari sono tre mesi, o quattro, o cinque. E in quei mesi tu vivi in un limbo, sospesa. Non sai se lasciarti andare alla speranza oppure alla tristezza. Non sai se dirlo agli altri o tenerlo per te. Non sai come comportarti perché hai paura delle domande. E quando poi crolli, comunque devi spiegare, almeno alle persone che ti stanno più vicine, perché magari vuoi passare dei giorni rintanata in casa e non te la senti di frequentare gli altri.

Per cui no, un aborto non è solo un avvenimento puntuale, un qualcosa che succede da lì in avanti. Essere abortive, dopo il primo aborto, e soprattutto dopo il secondo, implica il soffrire per mesi. E implica il non poter dimenticare. Quei bambini non sono mai esistiti se non nelle mie fantasie e aspettative, ma è impossibile non pensare che il primo ora avrebbe due anni e mezzo, o che il secondo avrebbe quasi due anni, o che il terzo avrebbe quasi un anno, o che il quarto avrebbe due mesi.


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L’inizio

Com’ero all’inizio di quella che io ho definito “una nuova avventura”, e che invece si è trasformata in una serie di avvenimenti più o meno negativi senza essere ancora arrivata all’ultima puntata? E’ difficile ricordare precisamente come mi sentivo. L’inizio, quando avevo la quasi certezza di rimanere incinta, passare nove mesi serenamente (pur con tutte le ansie del caso) e poi partorire. Fine. Mission accomplished, perché io mi accontentavo, anzi volevo, un solo figlio. E così, forte della mia cultura in ambito di concepimento, gravidanza e parto, pensavo di essere già a metà dell’opera. Sì, perché ho sempre letto molto a riguardo. Già a 20 anni, pur non essendo minimamente interessata a riprodurmi, sapevo cosa fosse un’amniocentesi, o un’episiotomia, e mi tenevo informata sui progressi della scienza. Avevo una conoscenza sommaria delle procedure di procreazione medicalmente assistita, pur senza sapere i dettagli e i nomi dei farmaci, e del fatto che prima di cercare un figlio fosse meglio fare gli esami preconcezionali. Si chiamano così apposta: perché una coppia li fa prima, in modo da escludere le cose più gravi come l’anemia mediterranea o l’epatite B. Ma il 99% delle persone non li fa, non sa nemmeno che deve farli. E nemmeno che deve prendere l’acido folico prima di essere incinta, perché dopo è potenzialmente troppo tardi. Quindi io ero avanti. Forte del mio acido folico, dei miei esami a posto, del mio ciclo ovulatorio, puntuale. Del mio utero sano e delle mie ovaie funzionanti. Del mio peso nella norma e della mia salute di ferro.

All’inizio funziona così: inizi a provare e quasi speri subito in un ritardo mestruale il mese dopo. Io ero in vacanza dall’altra parte del mondo, mi ricordo benissimo. E ricordo che mentre passeggiavo sulle montagne ricoperte di piantagioni di tè, una mattina ho avuto un po’ di nausea e un giramento di testa. Tutta contenta, ho detto a mio marito: “Oh, magari siamo già riusciti e torniamo dalle vacanze in tre!”. Non ho pensato nemmeno per un attimo che il mio momento di malessere potesse essere l’effetto del fuso orario sballato o dell’altitudine, uniti al clima tropicale. No, quasi pensavo di essere incinta. E in quel viaggio, come in alcuni altri viaggi precedenti e successivi, abbiamo comprato un regalino per il nostro bambino. Romanticamente, da illusa, compravo piccole cose pensando che un giorno gliele avrei date dicendo: “Questo l’abbiamo comprato per te, quando ancora tu non c’eri”. Le illusioni dell’inizio. L’innocenza di pensare che bastava arrivare a un test positivo e poi la strada sarebbe stata più o meno tutta in discesa. L’ultimo giorno di quelle vacanze, inizio agosto 2009, sono tornata con le mestruazioni. Non aveva funzionato, ma che cosa importava? Avevamo tanto tempo davanti a noi e mica eravamo così illusi da pensare che potesse andar bene al primo tentativo, vero?


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Io non sono come loro, part 2.

Io non sono mai stata una che si fa illusioni. Non sono una pessimista, altrimenti smetterei di lottare per le cose in cui credo, lascerei perdere tutto, e invece no: ci provo sempre a fare battaglie contro i mulini a vento, perché sono un’idealista. Ma non sono nemmeno ottimista, non penso che alla fine tutto andrà bene, perché non sono stupida. Lo so benissimo che ci sono persone alle quali la vita non va bene, persone che hanno brutte malattie e muoiono giovani, persone che hanno delle capacità e non riescono a fare carriera in questa società dove vanno avanti i più furbi, persone che le provano tutte pur di avere un figlio e però non ci riescono. Io sono obiettiva, sono una specie rara nel mare delle mamme wannabe. Perché loro, signori e signore, non si arrendono. Loro, signori e signore, inseguono il loro sogno. Loro non accettano un medico che dica loro che non c’è più niente da esaminare o da provare. Nossignori. Ci sarà sicuramente un altro test astruso che dimostra che loro non rimangono incinte perché hanno il valore Pimpirimpero a 1,4 invece che a 1,5. E quindi si potrebbe provare con la nuovissima terapia a base di cortisone, eparina, aspirina, piscio di cavallo frullato, occhi di rana bolliti, erba gatta liofilizzata, tre giri intorno al letto con il crocifisso in mano e due avemarie prima di dormire. Perché poi dopo, se al centomilionesimo tentativo funziona, dopo ennemila aborti, si può andare in giro a dire a tutti che si è trovata la terapia adatta, che il dottor Ciarlatan ne sa una più degli altri, e lui sì che mi ha fatto avere il mio bambino, mentre tutti gli altri non avevano capito niente.

Ecco, ora lo so che qualche rompicoglioni verrà a dirmi che è vero che esistono medici che prescrivono pochi test o poche terapie e poi alla fine la malcapitata di turno si trova con anni di infertilità alle spalle e scopre che era dovuta, che so, alla prolattina alta, facilmente correggibile. Allora: rileggete bene, ché io ovviamente non sono contro ai test necessari o alle terapie necessarie. Sono contro alla disinformazione e alle cose fatte tanto per provare, ai medicinali usati off label senza uno straccio di studio che provi che sono utili. Perché, poi, gli effetti collaterali possono uscire anche dopo anni e anni. O magari non danno effetti collaterali ma sono controproducenti al momento. E poi non c’è la prova che una certa terapia, in assenza di patologie note, abbia prodotto effetti. Magari sarebbe andata bene anche senza quella terapia, ma per saperlo bisognerebbe avere la macchina del tempo e tornare indietro a fare la prova al naturale.

Be’, alla fine io sono stata rivoltata come un calzino e sono una persona senza nessunissimo problema, a parte la mutazione MTHFR che però non mi causa nessun aumento di omocisteina. Quindi, basta che io assuma acido folico in proporzioni elevate e va tutto bene. Mio marito ha fatto esami avanzati e di dubbia utilità, sempre per scoprire che non c’è niente che non vada nemmeno in lui. Qual è quindi il motivo per cui non riusciamo ad avere un figlio? Purtroppo, l’età. L’unico motivo incurabile. Io ho quasi 42 anni, ho incominciato tardi a cercare un figlio ed ero perfettamente consapevole di avere le uova vecchie. Mio marito ha quasi 41 anni e siamo consapevoli anche di questo. Certo che non pensavamo di essere tra coloro che avrebbero collezionato un aborto dietro l’altro senza riuscire ad avere un bambino. Certo che no. Io ho sempre detto che finché c’è il ciclo c’è speranza. Perché mia nonna ha partorito a quasi 43 anni, senza acido folico, senza cure e col mal di cuore. E ha avuto un figlio sanissimo. Quindi si può, anche a 43 anni, o a 44, o anche dopo. Ne conosco di donne che hanno avuto figli naturalmente in tarda età. Perciò la mia razionalità mi porta a pensare che sia possibile anche per me, visto che non ho malattie note che conducano all’aborto. Ma lo so, lo so benissimo di avere 42 anni e che i rischi di aborto e anomalie sono più alti. Quello che mi stupisce è di trovare così tante donne che rifiutano questa cosa, che la mettono in dubbio. Che dicono di non credere che sia solo l’età, ma sicuramente c’è qualcosa che non va in loro. Cioè mettono in dubbio una delle cose più studiate anche dagli stessi medici a cui loro stesse, tra una FIVET, una IUI e mille test, si rivolgono: il declino della fertilità legato all’età, che parte a 30 anni e decresce sempre più. Mettono in dubbio che gli aborti siano correlati all’età e quindi all’incapacità degli ovuli più vecchi di effettuare correttamente la meiosi, come mi spiegò il genetista dopo il mio primo aborto, ribadendo che “i figli si fanno tra i 20 e i 30 anni”.  La cosa che mi fa arrabbiare particolarmente non è che ci sia gente in giro convinta che con qualche cura puoi partorire come le giannenannini ed è tutta roba tua, perché i fortunelli che per avere figli hanno fatto alla vecchia maniera sono di solito molto ignoranti in materia e non sanno nemmeno quali siano i giorni fertili. Ma le donne che hanno affrontato l’infertilità, la procreazione assistita, gli aborti, che hanno sentito diverse opinioni, sono state da diversi medici, hanno parlato coi genetisti e si dicono informate perché leggono sull’argomento (capendo chissà cosa, a questo punto…), come fanno a non capire che l’età è un fattore importante? Sono in denial, dico io. Non ce la fanno ad accettare che potrebbe essere troppo tardi, quindi preferiscono provare e riprovare con le FIV, cambiare medico, andare all’estero a fare terapie assurde e magari dannose, piuttosto che accettare che sono, semplicemente, invecchiate.