Stuck in the (not) mom(ent)

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Empatia

Quando, in preda alla paura e disperazione del primo aborto, mi sono iscritta a un paio di forum italiani, mi sono trovata di fronte alla parola “empatia”, sbandierata a più non posso (Sarebbe davvero interessante fare una ricerca linguistica sui forum dedicati a gravidanza e simili per vedere l’occorrenza di determinate parole, usate talmente tanto da renderle banali, privandole del loro vero significato).

Cosa significa “empatia”? Secondo il dizionario Treccani:

empatìa s. f. [comp. del gr. ἐν «in» e -patia, per calco del ted. Einfühlung (v.)]. – In psicologia, in generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale.

Comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona. Un’altra persona. Un’altra persona che non sia noi stessi. Ora, io non dico di riuscire a provare empatia per tutti indistintamente ma, a giudicare dal fatto che la gente si confida con me e, quando mi racconta cose negative, io ci rimugino, soffro e piango come se fossero capitate a me, di sicuro sono capace di provarla.

Nei forum di cui sopra, però, la parola empatia è usata a senso unico. Noi infertili, noi donne alla ricerca di una gravidanza che non arriva, noi donne che abortiamo, noi donne che abbiamo problemi di salute, noi donne che affrontiamo il calvario della PMA, tutte noi chiediamo empatia. Pretendiamo empatia. Perché siamo sfortunate, perché l’infertilità è ancora un tabù, eccetera eccetera. E fin qui siamo d’accordo. Poi però le stesse persone che pretendono empatia non sono capaci di uscire dal loro io per mettersi nei panni degli altri, i fertili, che sono oggetti di sfoghi e critiche perché parlano dei loro figli o osano invitare gli amici infertili ai compleanni o mettere le foto dei bambini su Facebook. Dov’è l’empatia in questo caso? Se io sono vittima di una condizione sfortunata come l’infertilità, dov’è la colpa di una mamma che parla di suo figlio? Solo perché io non ho figli? Intendiamoci: io sono la prima a nascondere su Facebook quelli che parlano solo ed esclusivamente dei loro amorucci, mettono foto dei loro amorucci, e parlano estasiati di quanto sia bello essere genitori. Mi annoiano, mi hanno sempre annoiato e sempre mi annoieranno. Poche persone riescono a mantenere l’equilibrio una volta diventati genitori, e per la maggior parte sono papà. Le mamme spariscono nella mammitudine: per questo le ho sempre frequentate poco. Preferisco le persone che hanno diversi argomenti di conversazione, non uno solo. Ma quando mi trovo in compagnia di genitori, non trovo insultante nei miei confronti che mi mostrino le loro foto (Orrore! Non si ricordano che ho avuto quattro aborti e non ho foto da mostrare?) o che si lamentino di non riuscire a dormire o del disordine in casa (Orrore! Non si ricordano che ho avuto quattro aborti e vorrei anche io non dormire per un bebé?) o che qualcuna mi dica che è incinta (Orrore! Non si ricorda che io ho avuto quattro aborti? Come osa rimanere incinta mentre io non lo sono?). Insomma: mi pare che il mondo non ruoti intorno a me. Il mondo va avanti, le cose succedono casualmente, c’è chi avrà figli, c’è chi non ne avrà, c’è chi avrà un bel lavoro, c’è chi non ce l’ha, ecc… Questo vale per tutti i casi della vita. Non è che il resto del mondo debba essere obbligato a dimostrare empatia nei miei confronti e io invece sia dispensata dal farlo. Anche i genitori hanno il diritto di esternare le loro gioie o le loro insoddisfazioni, anche loro hanno diritto all’empatia.

E poi sono sicura che la maggior parte di queste donne che pretende empatia e sensibilità si comporterebbe esattamente come coloro che rimprovera se fosse “dall’altra parte”. Lo si nota benissimo in certe persone che, dopo aver finalmente avuto un figlio, spariscono o iniziano a comportarsi come il prototipo della mamma da loro tanto criticata. Empatia, dove sei?

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