Stuck in the (not) mom(ent)

Welcome to the land where unicorns don't fly


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Farsene una ragione

Mi chiedo spesso se e quando me ne farò una ragione. Quando cioè deciderò che è il caso di gettare la spugna, ritornare all’uso del preservativo o anche, semplicemente, adibire a guardaroba la stanza che adesso è lì, usata come deposito. Ché, in realtà, un passo avanti era già stato fatto: quest’estate, in preda al caldo, ci siamo stufati della nostra camera da letto e abbiamo spostato il letto nella “cameretta”, che dà sul giardino, è più silenziosa e gode di un panorama migliore (per quanto si possa parlare di panorami da queste parti). Ora quella è la nostra camera da letto, e c’è solo il letto coi suoi comodini, perché armadio e letto matrimoniale insieme non ci stanno.

Così, la nostra camera da letto è diventata il deposito. Oltre all’armadio c’è una vecchia scrivania, un mobiletto multiuso, l’asciugatrice, uno scaffale con le piante, il mobile dello stiro: tutto in gran disordine. Sogno costantemente di svuotarla e metterci un bell’armadio lungo tutta la parete, dove sistemare tutto per bene, e poi al centro della stanza una poltrona per quando ci si veste/sveste. Un vero e proprio locale guardaroba, insomma. E vorrei farlo. Poi però mi trattengo, perché penso: e se spendo tutti quei soldi per fare un armadio su misura e poi rimango incinta e devo cambiare tutto di nuovo?

Una scusa stupida, da una parte. Ma dall’altra mi frena. Mi sembra che decidere una volta per tutte di usare quella stanza come guardaroba sia come metterci definitivamente una pietra sopra.

Perché non ci riesco? La risposta non è “perché voglio un figlio più di ogni altra cosa al mondo”, no. Io lo voglio, ma non più di ogni altra cosa al mondo. Lo voglio, ma non al punto di mettermi a disposizione della scienza e prendere ormoni e fare interventi e viaggi della speranza. No. Io lo voglio e basta. Non riesco a rinunciare non solo perché voglio un figlio ma perché non riesco a rinunciare ai miei piani, all’immagine che mi ero creata della mia vita. Non riesco a rinunciare all’idea di me che lavoro da casa seduta al computer e che poi mi dedico alle passeggiate lungo il canale con mio figlio nel pomeriggio. Non riesco a rinunciare a me stessa incinta che compra regalini per il figlio non ancora nato. Non riesco a rinunciare all’idea di me che porto il piccolo al mare in autunno e cammino, cammino, godendomi l’aria fresca e assaporando la gioia di essere lì. Non riesco a rinunciare alla mia immagine di vita, a come io l’ho immaginata e a come ho sempre pensato che dovesse essere.

Riuscirò a farmene una ragione? Probabilmente sì. Me ne sono fatta una ragione dopo il secondo aborto (dopo il primo ero troppo sicura di riuscirci), e poi ancora dopo il terzo, e ancora di più dopo il quarto. Me ne sono fatta una ragione durante tutto l’anno scorso, ho spostato il letto, ho deciso che una volta finiti gli impegni che mi tengono occupata adesso butterò tutto il superfluo negli armadi e riorganizzerò tutto.

Però poi arriva sempre un colpo basso, come questa ultima gravidanza inaspettata. Inaspettata perché a distanza di un anno dalla precedente stavo cominciando a mettermi tranquilla. A farmene una ragione, no? A pensare che se le altre rimangono incinte, bene per loro, ma per me è andata così. E’ andata così. Guardiamo oltre. A pensare che fa male sentire che chi comincia la ricerca ce la fa in breve tempo anche se non è una ragazza sotto i trenta, ma fa niente, è andata così. Mettiamoci il cuore in pace. Facciamocene una ragione. Di tante cose sono riuscita a farmi una ragione nella mia vita, non ho nemmeno voglia di elencarle tutte. Se le cose non si possono cambiare, si accettano.

Perché è così difficile in questo caso?

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Cose da non dire a chi ha subito più aborti (o almeno non a me)

Visto che le perdite procedono bene, abbiamo la conferma. Nonostante non abbia dolori (ma io non ne ho mai) è chiaro che questa gravidanza non è evolutiva. Farò un controllo dopo la fine delle mestruazioni, tanto per vedere che sia tutto a posto.

Intanto però mi sento sola. Mi sento sola perché mai una volta che le persone sappiano dirti qualcosa di sensato. Sono poche, pochissime le persone che si limitano a dire “Mi dispiace” e ad ascoltarti. La maggior parte fa commenti inopportuni, che mi fanno venir voglia di non dire più niente. Ma poi capisco che la loro è solo ignoranza e allora non me la prendo, anzi parlo apertamente dei miei aborti nel tentativo di insegnare qualcosa alla gente. Non riesco a rispondere male alle persone, anche se a volte se lo meriterebbero.

N. 1- Andrà meglio la prossima volta. La prossima volta? Quale prossima volta? Siamo già alla quinta volta. Cos’è, una raccolta punti? Devo avere dieci timbrini sulla tessera prima di ritirare il premio? Va bene dirlo a una che ha avuto un solo aborto, ma poi no. Per piacere, no. Già al secondo aborto una è preoccupata e non è più, e non sarà mai più, come dopo il primo.

N. 2- Però almeno rimani incinta naturalmente. Eh sì, sai che culo? Cinque gravidanze in quattro anni, e cinque aborti. Io l’ho sempre detto che preferirei non rimanere più incinta. Almeno non ci soffro.

N. 3- Be’, almeno è finita presto. Sì, grazie. E’ finita presto, ma questo non mi consola affatto sapendo di produrre solo embrioni malati.

N. 4- Ma hai mai fatto degli esami? (Questa di solito detta da gente che non ha mai abortito in vita sua). Seguono di solito esempi di amiche che avevano patologie varie e non se ne erano mai accorte e finalmente un Bravo Ginecologo ha trovato la cura giusta. Eh, no, care mie. Così mi provocate. Esami? Esami? Cosa facciamo: volete la risposta breve, tipo “Ho già fatto un sacco di esami”, e non mi rompete più i maroni tirando fuori celiachia, endometriosi od ovaio policistico, oppure insistete e volete il racconto completo di tutto quello che ho fatto? Perché è lungo, eh. E’ lungo, molto dettagliato, ricco di tecnicismi e magari non capite un cazzo. Comunque il risultato è che non abbiamo niente, né io né mio marito. E, lasciatemelo dire, è anche un po’ offensivo dire a una che ha avuto cinque aborti se ha mai fatto degli esami. Non siamo sceme. Poliabortive sì, ma masochiste non credo.

N. 5- Perché non provi con la fecondazione assistita? (E anche qui arriva il racconto dell’amica miracolata di 45 anni che è andata in una clinica spagnola e ora è incinta di due gemelli). Questi sono i danni delle informazioni sbagliate, di chi fa credere che basta una cura e tutti possiamo avere dei figli, a qualsiasi età. Eh, no care mie, non funziona così. Innanzitutto io rimango incinta e, normalmente, la procreazione assistita è rivolta a chi non ci rimane. Se anche io la usassi, nulla mi garantirebbe che poi l’embrione sia sano, e quindi? Meglio abortire dopo aver fatto l’amore nel letto col marito, o abortire dopo aver fatto cure, pick-up e transfer? Io preferisco la prima, sinceramente. Seconda cosa, l’età è l’età. Influisce anche sull’esito della procreazione assistita, su questo non ci piove. Ma ovviamente le ignoranti che hanno amiche di 45 anni incinte di due gemelli non sanno che i gemelli provengono da ovodonazione, quindi tocca spiegare che il problema è bypassato grazie agli ovuli giovani di una donatrice. Per me non esiste questa scelta, quindi ciccia.

N. 6- Eh, certo che se li facevi prima i figli, magari non ti succedeva. E questo è un commento che per me vale l’Oscar, mi fa incazzare come una iena. Perché un conto è dirlo a una che si dispera ogni mese quando vede le mestruazioni, che non si rassegna al fatto di essere invecchiata, che gira mille ginecologi nel tentativo di trovare una causa (quando la causa è la sua età, punto e stop), che prova mille farmaci e mille tecniche diverse. Allora OK: se proprio per te era così importante avere un figlio, perché non ci hai provato prima? Capisco le difficoltà economiche ecc… però dalla natura non si scappa. Piuttosto che esaurirsi dopo, perché non darsi una mossa prima? Il ragionamento ci sta tutto. Ma rivolto a me, a me, proprio a me, mi fa incazzare. Perché io l’ho sempre saputo che l’età era un fattore di rischio, e non mi sono mai fatta illusioni, anzi… mi aspettavo quasi anche il primo aborto, non ho versato una sola lacrima e l’ho presa benissimo. Perché io, come tutti del resto, avevo le mie motivazioni per rimandare, e le motivazioni erano che non mi sentivo pronta, che avevo cambiato carriera perché il lavoro che facevo da giovane non era adatto ad avere un figlio (a meno di non essere masochisti), che volevo quindi dedicarmi alla nuova carriera con un po’ di calma, e non fare le cose male perché avevo un figlio piccolo. Perché io non sono una che si strappa i capelli all’idea di non avere un figlio, ma avrò almeno il diritto di stare male la volta che abortisco, no? Dico… due giorni a piangere per i fatti miei, e nemmeno tutto il giorno, posso farli, o è vietato lamentarsi pure di questo? Non dò fastidio a nessuno e non rompo le scatole facendo la piagnucolosa in compagnia d’altri, o quando vedo una donna incinta, o quando vedo un bambino piccolo. Però, cazzo, cinque volte su cinque mi pare veramente troppo, età o non età. Soprattutto perché vedo quarantenni rimanere spensieratamente incinte di figli non voluti (il terzo, o il secondo) e le loro gravidanze non si fermano. Tutti a me gli ovuli vecchi?


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Iniziamo bene l’anno

Ed eccomi ancora qui. Era più di un anno che non rimanevo incinta (ultima test positivo a novembre 2012) e ci avevo ormai messo la classica pietra sopra. Più o meno. Più o meno perché comunque non uso anticoncezionali e un figlio lo vorrei sempre. Ma ormai…
E invece settimana scorsa non mi sono arrivate le mestruazioni. E io ho saputo. Ho saputo di essere incinta. Perché io lo so sempre. Lo so sempre quando sono incinta e lo so sempre quando abortisco. Non sbaglio mai.
Non ho fatto il test, ho deciso di godermi la cosa finché durava. Ho deciso di concentrarmi sulle cose positive che stanno capitando in questo momento, sulle belle persone che ho conosciuto, sulle belle cose che sto facendo, sui lavori che vengono apprezzati, sulle prospettive future che sembrano promettere abbastanza bene. Sono felice. In questi giorni sono felice. E sento i sintomi della gravidanza, il seno molto teso e pesante e delle contrazioni uterine, come dei tremolii.
Poi stamattina, un po’ di nausea. Giusto per farmi illudere un po’.
Ma io resisto, niente test e niente appuntamenti dal ginecologo.
E poi ecco qui… oggi pomeriggio una macchia di sangue rosso. Rosso rosso. Rosso vivo, come dicono i dottori. No, non è sangue vecchio. No, non è marrone. No, non è una venuzza rotta (a meno che non sia la safena!). No, non è una perdita da impianto (e quando mai!). E’ sangue. E di solito, negli ultimi tre aborti, è capitato così: una macchiolina di sangue dopo essere andati in bagno, e via a sperare che forse è stato solo un capillare rotto. Poi il giorno dopo, un po’ di più. Poi il terzo giorno, sangue bello vivo, mestruazioni e assorbente. Fine della storia.
Questa volta ho battuto ogni record: 4 settimane e 6 giorni, nemmeno 5. Sempre più corte, le mie gravidanze.
E, per la cronaca, sono andata a comprarmi un test. Perché io non li tengo in casa, non sono una maniaca che ne usa uno tutti i mesi. Tanto lo so se sono incinta. Però volevo la conferma: ci ho azzeccato io oppure era solo un ritardo? No, ci ho azzeccato io. Sono incinta, anche se non lo sono più. Il test è qui, positivo, con la decima urina della giornata, due gocce per la verità. Gli ormoni sono in circolo. Ma è già finita, nemmeno il tempo di illudersi.