Stuck in the (not) mom(ent)

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Cosa vuol dire abortire?

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Per molte persone l’aborto è un avvenimento puntuale (ne avevo già parlato qui), ovvero che inizia con le perdite e si esaurisce con quelle. Anzi, inizia e si esaurisce nel momento in cui vedi le perdite. Faccio un esempio concreto: avevo detto a mia mamma di questa gravidanza, perché appunto mi sembrava che fosse diversa dalle altre. Poi, settimana scorsa, mi chiama per sapere e io dico che sono iniziate le perdite. Basta. Fine delle trasmissioni. Per lei, la faccenda è chiusa così. Nel momento in cui tu, a una persona, dici che eri incinta ma che sono iniziate le perdite ed è finita, il discorso cade, si va avanti. Nessuno si preoccupa di quello che sta succedendo nella tua testa. Ti chiedono semmai del corpo: se hai dolori, se hai tanto sangue, se le perdite sono finite, se hai controllato che sia tutto OK lì dentro. Ma della testa non frega niente a nessuno. Siccome tu non stai lì rannicchiata a letto senza mangiare, a piangere per tre settimane di fila, allora vuol dire che stai bene. L’hai presa bene. Brava, sei forte. D’altronde non ci puoi fare niente e reagisci bene. Nessuno però prova a pensare a cosa si prova dentro. Al fatto che sì, io lo so da 7 giorni di non essere più incinta, ma non è ancora finita.

Ho iniziato con qualche macchiolina mercoledì, giovedì, venerdì. Sabato sembrava di più, ma invece no. Domenica alla fine mi sono fatta violenza psicologicamente e sono andata all’ospedale. Volevo vedere il vuoto cosmico nel mio utero. Invece, sfiga vuole, c’è una camera gestazionale. Così mi son pure dovuta sorbire la stupida frase della ginecologa inesperta di turno che, al mio commento sulle misure sbagliate, ha detto: Ma signora, lei ha appena avuto le mestruazioni, ci sta che sia così piccola. E io che, invece di mandarla a cagare e chiederle se ha mai visto le tabelle biometriche, le rispondo semplicemente che non ho molta speranza. Così vengo rimandata a casa con una prescrizione per fare il dosaggio di B-CHG e con la raccomandazione di tornare mercoledì, per vedere l’evoluzione. E io non l’ho fatto il dosaggio, so benissimo che ieri sarebbe stato X e domani in calo. Perché non esiste nessuna probabilità che una camera gestazionale di 5 mm a 6 settimane sia in evoluzione, a meno di non aver sbagliato a contare, ma non è così nel mio caso, con cicli regolari e con rapporto il 17 luglio. A 6 settimane la camera gestazionale deve essere di 1,7 cm, deve anche esserci dentro un embrione visibile, e deve esserci il battito cardiaco dell’embrione. Punto. Le tabelle di riferimento sono chiare e inequivocabili. Oltretutto sommiamo pure il sangue e la scomparsa dei sintomi. Eppure c’è gente che, in questa situazione, si illude, complici anche medici poco chiari.

Quindi è una settimana, quasi, che so di aver perso il mio bambino inesistente, ma sto ancora aspettando l’emorragia vera e propria. La camera è ancora lì dentro, non si stacca. Alla faccia di tutti quei ridicoli film che mostrano una donna che cade dalle scale e perde il bambino. No, non succede così. Quando è attaccata, è attaccata per bene, e solo il crollo degli ormoni o un trauma bello grosso possono farla staccare. Nel frattempo cosa faccio? Mi tocca vivere, mi tocca uscire, fare la spesa, pulire la casa, parlare con la gente come se niente fosse, tutto con il pensiero costante di quello che mi sta succedendo e con la speranza di vedere tanto sangue così sarà finita. Alla mattina mi alzo con il mal di stomaco, perché sono tesa, perché non riesco a concentrarmi su quello che dovrei fare, perché mi sembra che non posso mai avere un attimo di felicità. Non vedo l’ora che sia sera per andare a letto, ma poi non riesco a dormire bene, mi addormento tardissimo e mi sveglio presto. Mi distraggo giocando ai videogame per non pensare a niente. E intanto il tempo passa e la camera gestazionale non si vede. E’ ancora lì dentro. E io invece aspetto di vederla fuori, perché è così che succede: come un micro-parto. Esce e la trovi lì. Non è che quello che c’è dentro scompare. Chi è più sfortunata di me, che abortisce più avanti, vede anche l’embrione. Eh sì, cari miei. Si va in giro sapendo che prima o poi si troverà quello che doveva essere nostro figlio sulle mutande. Ma la gente mica ci pensa a questo. E non intendo che debba pensare al fatto fisico e visualizzarlo nella sua mente. Intendo che dovrebbe pensare a ciò che prova una persona che sta aspettando che succeda questa cosa e, nonostante tutto, è costretta a vivere la sua vita normalmente.

Eppure a me, raramente è capitato che chiedessero: “Come stai?”. Chi lo chiede è un caso raro.

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