Stuck in the (not) mom(ent)

Welcome to the land where unicorns don't fly


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E’ finita

Per questa volta è finita “bene”. Venerdì scorso mi sono decisa a tornare all’ospedale perché non avevo ancora visto niente e il sangue sembrava essersi fermato. Ancora una volta, avevo ragione io: la camera gestazionale era ancora lì, al suo posto. Stesse dimensioni. La dottoressa insisteva nell’aspettare ancora per verificare l’evoluzione, ignorando i miei commenti sulla data del concepimento, ignorando anche le basi della sua professione perché dappertutto dicono che se non c’è evoluzione da un’ecografia all’altra, l’aborto è certo. Comunque sono riuscita a convincerla a fissarmi l’isterosuzione per oggi.

Ma non è stata necessaria. Venerdì il test di gravidanza era ancora positivo. Domenica sera mi sono venuti dei dolori, sopportabilissimi ma inequivocabili, e un’emorragia. Sono andata in bagno e ho sentito scendere la camera. L’ho raccolta, l’ho esaminata, l’ho messa in un barattolo sterile e il giorno dopo l’ho portata all’ospedale. Avrei dovuto fare gli esami del sangue preanestesia ma sono prima salita a farmi controllare per l’ennesima volta. Anche stavolta avevo ragione: aborto completo, utero vuoto, endometrio di 4 mm. Tutto a posto. Intervento annullato.

Purtroppo la mia camera gestazionale non era sterile, così dice il dottorino che a me sembra un po’ troppo alle prime armi, e non si può fare il citogenetico. Pazienza, tanto si sa che sarebbe uscita un’anomalia cromosomica. Torno a casa, la apro e la seziono. C’è una pallina rotonda all’interno, forse il sacco vitellino? Chissà. Addio cellule del mio settimo figlio, addio. Vi butto nello scarico. Addio.


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Cosa vuol dire abortire?

Per molte persone l’aborto è un avvenimento puntuale (ne avevo già parlato qui), ovvero che inizia con le perdite e si esaurisce con quelle. Anzi, inizia e si esaurisce nel momento in cui vedi le perdite. Faccio un esempio concreto: avevo detto a mia mamma di questa gravidanza, perché appunto mi sembrava che fosse diversa dalle altre. Poi, settimana scorsa, mi chiama per sapere e io dico che sono iniziate le perdite. Basta. Fine delle trasmissioni. Per lei, la faccenda è chiusa così. Nel momento in cui tu, a una persona, dici che eri incinta ma che sono iniziate le perdite ed è finita, il discorso cade, si va avanti. Nessuno si preoccupa di quello che sta succedendo nella tua testa. Ti chiedono semmai del corpo: se hai dolori, se hai tanto sangue, se le perdite sono finite, se hai controllato che sia tutto OK lì dentro. Ma della testa non frega niente a nessuno. Siccome tu non stai lì rannicchiata a letto senza mangiare, a piangere per tre settimane di fila, allora vuol dire che stai bene. L’hai presa bene. Brava, sei forte. D’altronde non ci puoi fare niente e reagisci bene. Nessuno però prova a pensare a cosa si prova dentro. Al fatto che sì, io lo so da 7 giorni di non essere più incinta, ma non è ancora finita.

Ho iniziato con qualche macchiolina mercoledì, giovedì, venerdì. Sabato sembrava di più, ma invece no. Domenica alla fine mi sono fatta violenza psicologicamente e sono andata all’ospedale. Volevo vedere il vuoto cosmico nel mio utero. Invece, sfiga vuole, c’è una camera gestazionale. Così mi son pure dovuta sorbire la stupida frase della ginecologa inesperta di turno che, al mio commento sulle misure sbagliate, ha detto: Ma signora, lei ha appena avuto le mestruazioni, ci sta che sia così piccola. E io che, invece di mandarla a cagare e chiederle se ha mai visto le tabelle biometriche, le rispondo semplicemente che non ho molta speranza. Così vengo rimandata a casa con una prescrizione per fare il dosaggio di B-CHG e con la raccomandazione di tornare mercoledì, per vedere l’evoluzione. E io non l’ho fatto il dosaggio, so benissimo che ieri sarebbe stato X e domani in calo. Perché non esiste nessuna probabilità che una camera gestazionale di 5 mm a 6 settimane sia in evoluzione, a meno di non aver sbagliato a contare, ma non è così nel mio caso, con cicli regolari e con rapporto il 17 luglio. A 6 settimane la camera gestazionale deve essere di 1,7 cm, deve anche esserci dentro un embrione visibile, e deve esserci il battito cardiaco dell’embrione. Punto. Le tabelle di riferimento sono chiare e inequivocabili. Oltretutto sommiamo pure il sangue e la scomparsa dei sintomi. Eppure c’è gente che, in questa situazione, si illude, complici anche medici poco chiari.

Quindi è una settimana, quasi, che so di aver perso il mio bambino inesistente, ma sto ancora aspettando l’emorragia vera e propria. La camera è ancora lì dentro, non si stacca. Alla faccia di tutti quei ridicoli film che mostrano una donna che cade dalle scale e perde il bambino. No, non succede così. Quando è attaccata, è attaccata per bene, e solo il crollo degli ormoni o un trauma bello grosso possono farla staccare. Nel frattempo cosa faccio? Mi tocca vivere, mi tocca uscire, fare la spesa, pulire la casa, parlare con la gente come se niente fosse, tutto con il pensiero costante di quello che mi sta succedendo e con la speranza di vedere tanto sangue così sarà finita. Alla mattina mi alzo con il mal di stomaco, perché sono tesa, perché non riesco a concentrarmi su quello che dovrei fare, perché mi sembra che non posso mai avere un attimo di felicità. Non vedo l’ora che sia sera per andare a letto, ma poi non riesco a dormire bene, mi addormento tardissimo e mi sveglio presto. Mi distraggo giocando ai videogame per non pensare a niente. E intanto il tempo passa e la camera gestazionale non si vede. E’ ancora lì dentro. E io invece aspetto di vederla fuori, perché è così che succede: come un micro-parto. Esce e la trovi lì. Non è che quello che c’è dentro scompare. Chi è più sfortunata di me, che abortisce più avanti, vede anche l’embrione. Eh sì, cari miei. Si va in giro sapendo che prima o poi si troverà quello che doveva essere nostro figlio sulle mutande. Ma la gente mica ci pensa a questo. E non intendo che debba pensare al fatto fisico e visualizzarlo nella sua mente. Intendo che dovrebbe pensare a ciò che prova una persona che sta aspettando che succeda questa cosa e, nonostante tutto, è costretta a vivere la sua vita normalmente.

Eppure a me, raramente è capitato che chiedessero: “Come stai?”. Chi lo chiede è un caso raro.


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Lettera a mio figlio

Vorrei raccontarti tante cose di quello che abbiamo fatto insieme e faremo insieme, a cominciare da quando eri un invisibile grumo di cellule dentro di me. Io e te siamo saliti su un aereo, abbiamo guardato il verde dall’alto, abbiamo camminato per città e cimiteri pieni di alberi, siamo stati in biblioteche, e poi al ristorante messicano. Io e te abbiamo camminato nella nebbia in campagna, abbiamo visto la nostra gatta guarire da un male misterioso, abbiamo passeggiato per chilometri lungo il mare e sulla spiaggia. Sei stato con me in pineta a fotografare le stelle, hai respirato il profumo del cisto marino, hai visto le cose attraverso i miei occhi. Se tu fossi qui con me ti farei sentire il profumo della pelliccia delle nostre gatte. Passeremmo tante sere sul divano, ascoltando la musica tutti insieme e ballando. E poi ti porterei, ti porterei con me. Nella natura, nel verde, negli alberi, col profumo dell’autunno e dell’inverno e della primavera e dell’estate. Coi colori della terra e dell’acqua. Con le lepri e gli insetti e gli uccelli e il cielo sopra di noi. Ti insegnerei ad amare i libri, le piccole cose. I frutti della terra, la solitudine, il cibo. Le cose strane che ho visto in giro per il mondo quando tu non c’eri. Ti farei vedere le cose essenziali e importanti, via dalla folla, via dal consumismo, in piccoli paesi sperduti e silenziosi. Ti porterei in giro per il mondo per sentire altri suoni, altre lingue. Ti trasmetterei la passione per tutto ciò che è vecchio e per la sua storia, per i libri con le pagine ingiallite e dediche di sconosciuti, per le case abbandonate, le città deserte. Giocherei con te a cucinare, a pasticciare, nel giardino. Ti spiegherei la matematica, imparerei con te tante cose, di nuovo, come se per me fosse la prima volta. Rivivrei con te. Se tu fossi qui.


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Infertilità vs. abortività

Agli occhi di chi sta fuori, una coppia senza figli è una coppia senza figli. Non c’è riuscita. Ma la verità è che essere infertili ed essere poliabortive è totalmente diverso. Non sto dicendo che si soffre di più ad essere poliabortive, come sono io. Non posso dirlo perché io non sono infertile e non so cosa voglia dire non avere mai un test positivo e magari non trovare mai la causa dell’infertilità, perciò non posso fare paragoni.

Chiaramente poliabortiva una lo diventa dopo un certo numero di aborti, per cui potebbe sembrare che, dopo un solo aborto, lo stato d’animo non sia tanto diverso da quello di una donna “normale”. Ma non è così. Dopo un aborto, non si è più serene al 100%. Dopo un aborto ci si chiederà per sempre se succederà ancora. Poi potrebbe essere che non succeda più, come nella maggior parte dei casi, e quindi probabilmente si viene a patti con l’aborto, lo si relega in fondo alla memoria. Ma nel momento in cui una donna fa un test di gravidanza dopo aver avuto un aborto, non prova la gioia sconfinata di chi ha atteso quel positivo con trepidazione. Prova spavento, ansia. Ha paura di rivivere ancora quel brutto momento in cui le hanno comunicato che non c’era battito, oppure di trovare delle perdite di sangue da un momento all’altro. L’innocenza e la gioia dei nove mesi di gravidanza sono persi per sempre, dopo un aborto. La cosa in assoluto più brutta, per quanto mi riguarda, è sentirsi dire certe cose da chi non ci è mai passato. Capita addirittura che un’infertile ti dica: “Non sai cosa darei io per vedere un positivo ogni tanto“, ma è un’affermazione stupida. Tu, infertile, certamente vorresti vedere un positivo, ma sono sicura che vorresti pure che quel positivo durasse nove mesi. Sai cosa vuol dire vedere un positivo e illudersi, volare con la mente, e poi trovarsi con un aborto in atto? No, non lo sai. Così come io non so quanto sia dura veder passare gli anni senza mai avere un positivo. Io posso dire che, alla luce della mia storia, avrei preferito di gran lunga non essere mai rimasta incinta piuttosto che subire quattro aborti.

Un’altra cosa dolorosa da sentirsi dire è: “Sii più positiva“, quando comunichi che sei incinta. Come se poi, quando va male, fosse colpa tua che non sei stata abbastanza felice alla vista del test. Come no. Certo che ero felice. Io sono stata felice al secondo test positivo, ma non per questo non ero preoccupata. Al momento della prima ecografia, quando si è vista solo la camera gestazionale vuota, ho anche sperato che l’embrione comparisse dopo. Ma vi do una notizia: se le cose promettono male, di solito vanno male. Inutile perdersi nei forum a cercare tutte quelle storie di donne che hanno avuto perdite per nove mesi e però hanno avuto i loro figli, o di quelle che raccontano che a 8 settimane di gestazione non c’era l’embrione e poi è apparso. Di solito sono storie false. Non per la cattiva fede di chi le racconta, ma per l’imprecisione delle loro descrizioni.  La maggior parte di quelle che racconta queste storie miracolose non sa esattamente quando ha concepito o non sa descrivere quali fossero i suoi problemi e quindi grida al miracolo. Ma credetemi: se le tabelle ufficiali ginecologiche dicono che l’embrione a 6 settimane deve avere il battito, perché hanno studiato milioni di embrioni ed è sempre così, allora è vero. Stop. Se il vostro embrione non ha il battito difficilmente apparirà più tardi. Ho una lunga esperienza in queste cose, lunghissima.

Quando poi hai avuto due aborti, e rimani incinta per la terza volta, la sensazione è quasi di “forza, muoviamoci ad abortire, ché voglio arrivare alla fine il più presto possibile”. Non puoi credere che ti andrà bene. Non prenoti l’ecografia alla sesta settimana, tanto sai già che sarebbe un’angoscia inutile. Meglio aspettare. E poi magari abortisci di nuovo. Ecco: ora fai parte della categoria delle poliabortive. Ti prescrivono un sacco di esami e, nella maggior parte dei casi, non trovano niente. Ti dicono di continuare a riprovare, ché è solo sfortuna.

Il quarto aborto per me è stato il più difficile da sopportare, finora. Un po’ perché il test positivo coincideva con la data parto della terza gravidanza e col mio compleanno, quindi ho sperato in un regalo. Un po’ perché dopo tre aborti pensavo di aver ormai esaurito tutte le casistiche negative. Un po’ perché erano mesi che, su suggerimento dell’ematologa, prendevo vitamine a dosaggi altissimi e avevo fatto iniezioni di eparina (inutili nel mio caso) subito dopo il test positivo. Un po’ perché mio marito aveva finalmente degli spermiogrammi ottimi. Un po’ perché ho abortito e dopo poco era Natale e io, nonostante il mio realismo e nonostante le esperienze negative, mi vedevo dare l’annuncio della gravidanza proprio a Natale. E’ stato difficile. Ho fatto lo stesso l’albero, per tirarmi su di morale, per essere circondata da decorazioni allegre che davano calore alla casa, ma ho passato settimane nere, nerissime.

Posso dire che preferirei non rimanere mai più incinta piuttosto che abortire di nuovo? L’ho anche già detto fin dal primo aborto, per la verità. Perché il non vedere più un test positivo non ha grossi impatti sulla mia vita. La mia vita rimane così com’è. Posso pianificare cose a lungo termine, perché tanto non sarò incinta. Posso rimanere delusa dall’arrivo delle mestruazioni, ma si tratta di un giorno o due e poi la vita riprende come sempre. Posso uscire, ridere, scherzare con gli amici perché non sto subendo un lutto. Quando abortisci non soffri solo alla diagnosi di aborto e dopo. Soffri anche prima. Soffri a partire dal test positivo, perché hai paura. Poi vai avanti per alcune settimane, finché dura la tua gravidanza, in preda al timore di veder scomparire i sintomi o di avere delle perdite. Poi, se sei fortunata, hai le perdite e abortisci naturalmente. Se invece sei sfortunata arrivi alla visita, c’è incertezza sull’evoluzione della gravidanza e ti rimandano alla settimana successiva. E poi, ti cade la tegola in testa. E magari ti tocca pure andare a fare un’isterosuzione. E poi non è finita, perché dopo un qualsiasi aborto devi fare un’ecografia di controllo a distanza di un mesetto per vedere che sia tutto a posto. Quindi come minimo passi due mesi della tua vita ad angosciarti e soffrire e solo dopo potrai rialzarti. Se invece va peggio, e l’aborto avviene più avanti, i mesi aumentano. Magari sono tre mesi, o quattro, o cinque. E in quei mesi tu vivi in un limbo, sospesa. Non sai se lasciarti andare alla speranza oppure alla tristezza. Non sai se dirlo agli altri o tenerlo per te. Non sai come comportarti perché hai paura delle domande. E quando poi crolli, comunque devi spiegare, almeno alle persone che ti stanno più vicine, perché magari vuoi passare dei giorni rintanata in casa e non te la senti di frequentare gli altri.

Per cui no, un aborto non è solo un avvenimento puntuale, un qualcosa che succede da lì in avanti. Essere abortive, dopo il primo aborto, e soprattutto dopo il secondo, implica il soffrire per mesi. E implica il non poter dimenticare. Quei bambini non sono mai esistiti se non nelle mie fantasie e aspettative, ma è impossibile non pensare che il primo ora avrebbe due anni e mezzo, o che il secondo avrebbe quasi due anni, o che il terzo avrebbe quasi un anno, o che il quarto avrebbe due mesi.


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L’inizio

Com’ero all’inizio di quella che io ho definito “una nuova avventura”, e che invece si è trasformata in una serie di avvenimenti più o meno negativi senza essere ancora arrivata all’ultima puntata? E’ difficile ricordare precisamente come mi sentivo. L’inizio, quando avevo la quasi certezza di rimanere incinta, passare nove mesi serenamente (pur con tutte le ansie del caso) e poi partorire. Fine. Mission accomplished, perché io mi accontentavo, anzi volevo, un solo figlio. E così, forte della mia cultura in ambito di concepimento, gravidanza e parto, pensavo di essere già a metà dell’opera. Sì, perché ho sempre letto molto a riguardo. Già a 20 anni, pur non essendo minimamente interessata a riprodurmi, sapevo cosa fosse un’amniocentesi, o un’episiotomia, e mi tenevo informata sui progressi della scienza. Avevo una conoscenza sommaria delle procedure di procreazione medicalmente assistita, pur senza sapere i dettagli e i nomi dei farmaci, e del fatto che prima di cercare un figlio fosse meglio fare gli esami preconcezionali. Si chiamano così apposta: perché una coppia li fa prima, in modo da escludere le cose più gravi come l’anemia mediterranea o l’epatite B. Ma il 99% delle persone non li fa, non sa nemmeno che deve farli. E nemmeno che deve prendere l’acido folico prima di essere incinta, perché dopo è potenzialmente troppo tardi. Quindi io ero avanti. Forte del mio acido folico, dei miei esami a posto, del mio ciclo ovulatorio, puntuale. Del mio utero sano e delle mie ovaie funzionanti. Del mio peso nella norma e della mia salute di ferro.

All’inizio funziona così: inizi a provare e quasi speri subito in un ritardo mestruale il mese dopo. Io ero in vacanza dall’altra parte del mondo, mi ricordo benissimo. E ricordo che mentre passeggiavo sulle montagne ricoperte di piantagioni di tè, una mattina ho avuto un po’ di nausea e un giramento di testa. Tutta contenta, ho detto a mio marito: “Oh, magari siamo già riusciti e torniamo dalle vacanze in tre!”. Non ho pensato nemmeno per un attimo che il mio momento di malessere potesse essere l’effetto del fuso orario sballato o dell’altitudine, uniti al clima tropicale. No, quasi pensavo di essere incinta. E in quel viaggio, come in alcuni altri viaggi precedenti e successivi, abbiamo comprato un regalino per il nostro bambino. Romanticamente, da illusa, compravo piccole cose pensando che un giorno gliele avrei date dicendo: “Questo l’abbiamo comprato per te, quando ancora tu non c’eri”. Le illusioni dell’inizio. L’innocenza di pensare che bastava arrivare a un test positivo e poi la strada sarebbe stata più o meno tutta in discesa. L’ultimo giorno di quelle vacanze, inizio agosto 2009, sono tornata con le mestruazioni. Non aveva funzionato, ma che cosa importava? Avevamo tanto tempo davanti a noi e mica eravamo così illusi da pensare che potesse andar bene al primo tentativo, vero?