Stuck in the (not) mom(ent)

Welcome to the land where unicorns don't fly


Lascia un commento

Buone feste

Esempi di conversazione natalizia.

N. 1

“Ciao, come va? Buon Natale!”

“Grazie. Purtroppo non va molto bene. Mio figlio è morto un mese fa. Quest’anno non siamo molto dell’umore di festeggiare”

“Oh, mi dispiace. A proposito, lo sai che mio figlio si è laureato e ha trovato lavoro immediatamente?”

N. 2

“Ciao, come va? Buon Natale!”

“Grazie. Purtroppo non va molto bene. Il mio fidanzato mi ha lasciata, sono veramente giù. Dovevamo sposarci a breve e invece…”

“Oh, mi dispiace. A proposito, io e il mio fidanzato ora conviviamo. Siamo molto felici!”

N. 3

“Ciao, come va? Buon Natale!”

“Grazie. Purtroppo non va molto bene. Ho avuto un altro aborto un mese fa. Quest’anno non siamo molto dell’umore di festeggiare”

“Oh, mi dispiace. A proposito, lo sai che Tizia è incinta? Invece Caia ha appena avuto due gemelli, hanno due mesi”

Quale di queste conversazioni è probabile, e accettabile, agli occhi dei più?


Lascia un commento

Lettera a mio figlio

Vorrei raccontarti tante cose di quello che abbiamo fatto insieme e faremo insieme, a cominciare da quando eri un invisibile grumo di cellule dentro di me. Io e te siamo saliti su un aereo, abbiamo guardato il verde dall’alto, abbiamo camminato per città e cimiteri pieni di alberi, siamo stati in biblioteche, e poi al ristorante messicano. Io e te abbiamo camminato nella nebbia in campagna, abbiamo visto la nostra gatta guarire da un male misterioso, abbiamo passeggiato per chilometri lungo il mare e sulla spiaggia. Sei stato con me in pineta a fotografare le stelle, hai respirato il profumo del cisto marino, hai visto le cose attraverso i miei occhi. Se tu fossi qui con me ti farei sentire il profumo della pelliccia delle nostre gatte. Passeremmo tante sere sul divano, ascoltando la musica tutti insieme e ballando. E poi ti porterei, ti porterei con me. Nella natura, nel verde, negli alberi, col profumo dell’autunno e dell’inverno e della primavera e dell’estate. Coi colori della terra e dell’acqua. Con le lepri e gli insetti e gli uccelli e il cielo sopra di noi. Ti insegnerei ad amare i libri, le piccole cose. I frutti della terra, la solitudine, il cibo. Le cose strane che ho visto in giro per il mondo quando tu non c’eri. Ti farei vedere le cose essenziali e importanti, via dalla folla, via dal consumismo, in piccoli paesi sperduti e silenziosi. Ti porterei in giro per il mondo per sentire altri suoni, altre lingue. Ti trasmetterei la passione per tutto ciò che è vecchio e per la sua storia, per i libri con le pagine ingiallite e dediche di sconosciuti, per le case abbandonate, le città deserte. Giocherei con te a cucinare, a pasticciare, nel giardino. Ti spiegherei la matematica, imparerei con te tante cose, di nuovo, come se per me fosse la prima volta. Rivivrei con te. Se tu fossi qui.


Lascia un commento

Farsene una ragione

Mi chiedo spesso se e quando me ne farò una ragione. Quando cioè deciderò che è il caso di gettare la spugna, ritornare all’uso del preservativo o anche, semplicemente, adibire a guardaroba la stanza che adesso è lì, usata come deposito. Ché, in realtà, un passo avanti era già stato fatto: quest’estate, in preda al caldo, ci siamo stufati della nostra camera da letto e abbiamo spostato il letto nella “cameretta”, che dà sul giardino, è più silenziosa e gode di un panorama migliore (per quanto si possa parlare di panorami da queste parti). Ora quella è la nostra camera da letto, e c’è solo il letto coi suoi comodini, perché armadio e letto matrimoniale insieme non ci stanno.

Così, la nostra camera da letto è diventata il deposito. Oltre all’armadio c’è una vecchia scrivania, un mobiletto multiuso, l’asciugatrice, uno scaffale con le piante, il mobile dello stiro: tutto in gran disordine. Sogno costantemente di svuotarla e metterci un bell’armadio lungo tutta la parete, dove sistemare tutto per bene, e poi al centro della stanza una poltrona per quando ci si veste/sveste. Un vero e proprio locale guardaroba, insomma. E vorrei farlo. Poi però mi trattengo, perché penso: e se spendo tutti quei soldi per fare un armadio su misura e poi rimango incinta e devo cambiare tutto di nuovo?

Una scusa stupida, da una parte. Ma dall’altra mi frena. Mi sembra che decidere una volta per tutte di usare quella stanza come guardaroba sia come metterci definitivamente una pietra sopra.

Perché non ci riesco? La risposta non è “perché voglio un figlio più di ogni altra cosa al mondo”, no. Io lo voglio, ma non più di ogni altra cosa al mondo. Lo voglio, ma non al punto di mettermi a disposizione della scienza e prendere ormoni e fare interventi e viaggi della speranza. No. Io lo voglio e basta. Non riesco a rinunciare non solo perché voglio un figlio ma perché non riesco a rinunciare ai miei piani, all’immagine che mi ero creata della mia vita. Non riesco a rinunciare all’idea di me che lavoro da casa seduta al computer e che poi mi dedico alle passeggiate lungo il canale con mio figlio nel pomeriggio. Non riesco a rinunciare a me stessa incinta che compra regalini per il figlio non ancora nato. Non riesco a rinunciare all’idea di me che porto il piccolo al mare in autunno e cammino, cammino, godendomi l’aria fresca e assaporando la gioia di essere lì. Non riesco a rinunciare alla mia immagine di vita, a come io l’ho immaginata e a come ho sempre pensato che dovesse essere.

Riuscirò a farmene una ragione? Probabilmente sì. Me ne sono fatta una ragione dopo il secondo aborto (dopo il primo ero troppo sicura di riuscirci), e poi ancora dopo il terzo, e ancora di più dopo il quarto. Me ne sono fatta una ragione durante tutto l’anno scorso, ho spostato il letto, ho deciso che una volta finiti gli impegni che mi tengono occupata adesso butterò tutto il superfluo negli armadi e riorganizzerò tutto.

Però poi arriva sempre un colpo basso, come questa ultima gravidanza inaspettata. Inaspettata perché a distanza di un anno dalla precedente stavo cominciando a mettermi tranquilla. A farmene una ragione, no? A pensare che se le altre rimangono incinte, bene per loro, ma per me è andata così. E’ andata così. Guardiamo oltre. A pensare che fa male sentire che chi comincia la ricerca ce la fa in breve tempo anche se non è una ragazza sotto i trenta, ma fa niente, è andata così. Mettiamoci il cuore in pace. Facciamocene una ragione. Di tante cose sono riuscita a farmi una ragione nella mia vita, non ho nemmeno voglia di elencarle tutte. Se le cose non si possono cambiare, si accettano.

Perché è così difficile in questo caso?


Lascia un commento

Cose da non dire a chi ha subito più aborti (o almeno non a me)

Visto che le perdite procedono bene, abbiamo la conferma. Nonostante non abbia dolori (ma io non ne ho mai) è chiaro che questa gravidanza non è evolutiva. Farò un controllo dopo la fine delle mestruazioni, tanto per vedere che sia tutto a posto.

Intanto però mi sento sola. Mi sento sola perché mai una volta che le persone sappiano dirti qualcosa di sensato. Sono poche, pochissime le persone che si limitano a dire “Mi dispiace” e ad ascoltarti. La maggior parte fa commenti inopportuni, che mi fanno venir voglia di non dire più niente. Ma poi capisco che la loro è solo ignoranza e allora non me la prendo, anzi parlo apertamente dei miei aborti nel tentativo di insegnare qualcosa alla gente. Non riesco a rispondere male alle persone, anche se a volte se lo meriterebbero.

N. 1- Andrà meglio la prossima volta. La prossima volta? Quale prossima volta? Siamo già alla quinta volta. Cos’è, una raccolta punti? Devo avere dieci timbrini sulla tessera prima di ritirare il premio? Va bene dirlo a una che ha avuto un solo aborto, ma poi no. Per piacere, no. Già al secondo aborto una è preoccupata e non è più, e non sarà mai più, come dopo il primo.

N. 2- Però almeno rimani incinta naturalmente. Eh sì, sai che culo? Cinque gravidanze in quattro anni, e cinque aborti. Io l’ho sempre detto che preferirei non rimanere più incinta. Almeno non ci soffro.

N. 3- Be’, almeno è finita presto. Sì, grazie. E’ finita presto, ma questo non mi consola affatto sapendo di produrre solo embrioni malati.

N. 4- Ma hai mai fatto degli esami? (Questa di solito detta da gente che non ha mai abortito in vita sua). Seguono di solito esempi di amiche che avevano patologie varie e non se ne erano mai accorte e finalmente un Bravo Ginecologo ha trovato la cura giusta. Eh, no, care mie. Così mi provocate. Esami? Esami? Cosa facciamo: volete la risposta breve, tipo “Ho già fatto un sacco di esami”, e non mi rompete più i maroni tirando fuori celiachia, endometriosi od ovaio policistico, oppure insistete e volete il racconto completo di tutto quello che ho fatto? Perché è lungo, eh. E’ lungo, molto dettagliato, ricco di tecnicismi e magari non capite un cazzo. Comunque il risultato è che non abbiamo niente, né io né mio marito. E, lasciatemelo dire, è anche un po’ offensivo dire a una che ha avuto cinque aborti se ha mai fatto degli esami. Non siamo sceme. Poliabortive sì, ma masochiste non credo.

N. 5- Perché non provi con la fecondazione assistita? (E anche qui arriva il racconto dell’amica miracolata di 45 anni che è andata in una clinica spagnola e ora è incinta di due gemelli). Questi sono i danni delle informazioni sbagliate, di chi fa credere che basta una cura e tutti possiamo avere dei figli, a qualsiasi età. Eh, no care mie, non funziona così. Innanzitutto io rimango incinta e, normalmente, la procreazione assistita è rivolta a chi non ci rimane. Se anche io la usassi, nulla mi garantirebbe che poi l’embrione sia sano, e quindi? Meglio abortire dopo aver fatto l’amore nel letto col marito, o abortire dopo aver fatto cure, pick-up e transfer? Io preferisco la prima, sinceramente. Seconda cosa, l’età è l’età. Influisce anche sull’esito della procreazione assistita, su questo non ci piove. Ma ovviamente le ignoranti che hanno amiche di 45 anni incinte di due gemelli non sanno che i gemelli provengono da ovodonazione, quindi tocca spiegare che il problema è bypassato grazie agli ovuli giovani di una donatrice. Per me non esiste questa scelta, quindi ciccia.

N. 6- Eh, certo che se li facevi prima i figli, magari non ti succedeva. E questo è un commento che per me vale l’Oscar, mi fa incazzare come una iena. Perché un conto è dirlo a una che si dispera ogni mese quando vede le mestruazioni, che non si rassegna al fatto di essere invecchiata, che gira mille ginecologi nel tentativo di trovare una causa (quando la causa è la sua età, punto e stop), che prova mille farmaci e mille tecniche diverse. Allora OK: se proprio per te era così importante avere un figlio, perché non ci hai provato prima? Capisco le difficoltà economiche ecc… però dalla natura non si scappa. Piuttosto che esaurirsi dopo, perché non darsi una mossa prima? Il ragionamento ci sta tutto. Ma rivolto a me, a me, proprio a me, mi fa incazzare. Perché io l’ho sempre saputo che l’età era un fattore di rischio, e non mi sono mai fatta illusioni, anzi… mi aspettavo quasi anche il primo aborto, non ho versato una sola lacrima e l’ho presa benissimo. Perché io, come tutti del resto, avevo le mie motivazioni per rimandare, e le motivazioni erano che non mi sentivo pronta, che avevo cambiato carriera perché il lavoro che facevo da giovane non era adatto ad avere un figlio (a meno di non essere masochisti), che volevo quindi dedicarmi alla nuova carriera con un po’ di calma, e non fare le cose male perché avevo un figlio piccolo. Perché io non sono una che si strappa i capelli all’idea di non avere un figlio, ma avrò almeno il diritto di stare male la volta che abortisco, no? Dico… due giorni a piangere per i fatti miei, e nemmeno tutto il giorno, posso farli, o è vietato lamentarsi pure di questo? Non dò fastidio a nessuno e non rompo le scatole facendo la piagnucolosa in compagnia d’altri, o quando vedo una donna incinta, o quando vedo un bambino piccolo. Però, cazzo, cinque volte su cinque mi pare veramente troppo, età o non età. Soprattutto perché vedo quarantenni rimanere spensieratamente incinte di figli non voluti (il terzo, o il secondo) e le loro gravidanze non si fermano. Tutti a me gli ovuli vecchi?


Lascia un commento

Iniziamo bene l’anno

Ed eccomi ancora qui. Era più di un anno che non rimanevo incinta (ultima test positivo a novembre 2012) e ci avevo ormai messo la classica pietra sopra. Più o meno. Più o meno perché comunque non uso anticoncezionali e un figlio lo vorrei sempre. Ma ormai…
E invece settimana scorsa non mi sono arrivate le mestruazioni. E io ho saputo. Ho saputo di essere incinta. Perché io lo so sempre. Lo so sempre quando sono incinta e lo so sempre quando abortisco. Non sbaglio mai.
Non ho fatto il test, ho deciso di godermi la cosa finché durava. Ho deciso di concentrarmi sulle cose positive che stanno capitando in questo momento, sulle belle persone che ho conosciuto, sulle belle cose che sto facendo, sui lavori che vengono apprezzati, sulle prospettive future che sembrano promettere abbastanza bene. Sono felice. In questi giorni sono felice. E sento i sintomi della gravidanza, il seno molto teso e pesante e delle contrazioni uterine, come dei tremolii.
Poi stamattina, un po’ di nausea. Giusto per farmi illudere un po’.
Ma io resisto, niente test e niente appuntamenti dal ginecologo.
E poi ecco qui… oggi pomeriggio una macchia di sangue rosso. Rosso rosso. Rosso vivo, come dicono i dottori. No, non è sangue vecchio. No, non è marrone. No, non è una venuzza rotta (a meno che non sia la safena!). No, non è una perdita da impianto (e quando mai!). E’ sangue. E di solito, negli ultimi tre aborti, è capitato così: una macchiolina di sangue dopo essere andati in bagno, e via a sperare che forse è stato solo un capillare rotto. Poi il giorno dopo, un po’ di più. Poi il terzo giorno, sangue bello vivo, mestruazioni e assorbente. Fine della storia.
Questa volta ho battuto ogni record: 4 settimane e 6 giorni, nemmeno 5. Sempre più corte, le mie gravidanze.
E, per la cronaca, sono andata a comprarmi un test. Perché io non li tengo in casa, non sono una maniaca che ne usa uno tutti i mesi. Tanto lo so se sono incinta. Però volevo la conferma: ci ho azzeccato io oppure era solo un ritardo? No, ci ho azzeccato io. Sono incinta, anche se non lo sono più. Il test è qui, positivo, con la decima urina della giornata, due gocce per la verità. Gli ormoni sono in circolo. Ma è già finita, nemmeno il tempo di illudersi.


Lascia un commento

Empatia

Quando, in preda alla paura e disperazione del primo aborto, mi sono iscritta a un paio di forum italiani, mi sono trovata di fronte alla parola “empatia”, sbandierata a più non posso (Sarebbe davvero interessante fare una ricerca linguistica sui forum dedicati a gravidanza e simili per vedere l’occorrenza di determinate parole, usate talmente tanto da renderle banali, privandole del loro vero significato).

Cosa significa “empatia”? Secondo il dizionario Treccani:

empatìa s. f. [comp. del gr. ἐν «in» e -patia, per calco del ted. Einfühlung (v.)]. – In psicologia, in generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale.

Comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona. Un’altra persona. Un’altra persona che non sia noi stessi. Ora, io non dico di riuscire a provare empatia per tutti indistintamente ma, a giudicare dal fatto che la gente si confida con me e, quando mi racconta cose negative, io ci rimugino, soffro e piango come se fossero capitate a me, di sicuro sono capace di provarla.

Nei forum di cui sopra, però, la parola empatia è usata a senso unico. Noi infertili, noi donne alla ricerca di una gravidanza che non arriva, noi donne che abortiamo, noi donne che abbiamo problemi di salute, noi donne che affrontiamo il calvario della PMA, tutte noi chiediamo empatia. Pretendiamo empatia. Perché siamo sfortunate, perché l’infertilità è ancora un tabù, eccetera eccetera. E fin qui siamo d’accordo. Poi però le stesse persone che pretendono empatia non sono capaci di uscire dal loro io per mettersi nei panni degli altri, i fertili, che sono oggetti di sfoghi e critiche perché parlano dei loro figli o osano invitare gli amici infertili ai compleanni o mettere le foto dei bambini su Facebook. Dov’è l’empatia in questo caso? Se io sono vittima di una condizione sfortunata come l’infertilità, dov’è la colpa di una mamma che parla di suo figlio? Solo perché io non ho figli? Intendiamoci: io sono la prima a nascondere su Facebook quelli che parlano solo ed esclusivamente dei loro amorucci, mettono foto dei loro amorucci, e parlano estasiati di quanto sia bello essere genitori. Mi annoiano, mi hanno sempre annoiato e sempre mi annoieranno. Poche persone riescono a mantenere l’equilibrio una volta diventati genitori, e per la maggior parte sono papà. Le mamme spariscono nella mammitudine: per questo le ho sempre frequentate poco. Preferisco le persone che hanno diversi argomenti di conversazione, non uno solo. Ma quando mi trovo in compagnia di genitori, non trovo insultante nei miei confronti che mi mostrino le loro foto (Orrore! Non si ricordano che ho avuto quattro aborti e non ho foto da mostrare?) o che si lamentino di non riuscire a dormire o del disordine in casa (Orrore! Non si ricordano che ho avuto quattro aborti e vorrei anche io non dormire per un bebé?) o che qualcuna mi dica che è incinta (Orrore! Non si ricorda che io ho avuto quattro aborti? Come osa rimanere incinta mentre io non lo sono?). Insomma: mi pare che il mondo non ruoti intorno a me. Il mondo va avanti, le cose succedono casualmente, c’è chi avrà figli, c’è chi non ne avrà, c’è chi avrà un bel lavoro, c’è chi non ce l’ha, ecc… Questo vale per tutti i casi della vita. Non è che il resto del mondo debba essere obbligato a dimostrare empatia nei miei confronti e io invece sia dispensata dal farlo. Anche i genitori hanno il diritto di esternare le loro gioie o le loro insoddisfazioni, anche loro hanno diritto all’empatia.

E poi sono sicura che la maggior parte di queste donne che pretende empatia e sensibilità si comporterebbe esattamente come coloro che rimprovera se fosse “dall’altra parte”. Lo si nota benissimo in certe persone che, dopo aver finalmente avuto un figlio, spariscono o iniziano a comportarsi come il prototipo della mamma da loro tanto criticata. Empatia, dove sei?


Lascia un commento

What to expect when you’re expecting, the movie

In questo film si parla di diverse coppie che stanno per avere un figlio, di gravidanza, aborto e infertilità. Il film è carino e ha il pregio di presentare diversi punti di vista riguardo alla gravidanza o alla ricerca di un figlio, ma non ha approfondito adeguatamente gli stati d’animo dei protagonisti, forse semplicemente per il fatto che è una commedia leggera e con il lieto fine.

Spoiler alert!

Note positive:

  • Mi è piaciuto il fatto che abbiano parlato di infertilità: una delle coppie non riesce ad avere figli e sceglie l’adozione dopo aver speso moltissimi soldi in FIV, un’altra coppia sta cercando la gravidanza da due anni.
  • Hanno presentato diversi tipi di gravidanza: quella senza problemi e quella con problemi, e lo stesso vale per il parto.
  • Hanno parlato di adozione e di FIV, seppure molto superficialmente.
  • Particolarmente interessante, per me, il fatto che abbiano parlato di aborto spontaneo: una delle protagoniste perde il bambino all’inizio della gravidanza.

Note negative:

  • Si sono evidenziati i lati comici e positivi dei personaggi e delle loro situazioni, senza approfondire le loro storie. Non ci sono riflessioni sull’infertilità, o sull’adozione, o sugli stati d’animo delle coppie che cercano un figlio da tanto tempo. Tutto è abbastanza leggero, da commedia, per far ridere.
  • L’aborto è affrontato solo marginalmente. Una sera la ragazza, incinta per sbaglio dopo un solo rapporto occasionale, perde sangue e all’ospedale le dicono che ha abortito. La sua reazione è di allontanare da sè il padre del bambino, con cui la storia era appena cominciata. I suoi sentimenti non vengono però mostrati allo spettatore, la sua storia rimane ai margini. Alla fine si riconcilia col padre del bambino e dice che arriverà il momento giusto per avere un figlio. L’aborto è superato molto velocemente, e io non sono sicura che sia proprio così.

Alla fine è un film piacevole nel quale, una volta tanto, vengono raccontate storie differenti e non c’è la solita rappresentazione della gravidanza come un avvenimento che fila via liscio e tranquillo, o che arriva come una bella sorpresa o un miracolo.

_________________________________________________________________________________________________________________________________________

This movie revolves around several couples who are about to have a baby, pregnancy, miscarriages and infertility. It is a cute movie which has the merit of presenting different points of view about pregnancy or the TTC process, but it did not elaborate adequately on the characters feelings, perhaps simply because it is a light comedy with a happy ending.

Spoiler alert!

Positive notes:

  • I liked the fact that the movie dealt with infertility: one of the couples cannot have children and chooses to adopt after spending a lot of money in IVF.  Another couple is trying for two years.
  • It depicted different kinds of pregnancy: with or without issues, and it did the same for delivery.
  • It talked about adoption and IVF, albeit very superficially .
  • Particularly interesting, to me, the fact that the movie dealt with a miscarriage: a girl loses the baby during early pregnancy.

Negative notes:

  • The movie highlights the positive and comic sides of the characters and their situations, without analyzing their stories. It lacks some thoughts on infertility, adoption, or on the feelings of the couples who are trying for so long. Everything is  light, typical of a comedy, in order to make people laugh.
  • Miscarriage is addressed only marginally. One evening the girl, pregnant by mistake after just one casual intercourse, wakes up bleeding and at the hospital the doctor tell her that she have just miscarried. Her reaction is to move away from the father of the baby, with whom the relationship had just begun. Her feelings are not, however, shown to the viewer. Her story remains on the sidelines. At the end she reconciles with the father of the baby and says that the right time will come to have a baby. She gets over her miscarriage very quickly, and I’m not sure that’s accurate.

At the end of the day it is a nice movie, one that tells different stories, without the usual representation of pregnancy as a magical event that always goes smoothly, or that comes as a surprise or a miracle.