Stuck in the (not) mom(ent)

Welcome to the land where unicorns don't fly


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Lettera a mio figlio

Vorrei raccontarti tante cose di quello che abbiamo fatto insieme e faremo insieme, a cominciare da quando eri un invisibile grumo di cellule dentro di me. Io e te siamo saliti su un aereo, abbiamo guardato il verde dall’alto, abbiamo camminato per città e cimiteri pieni di alberi, siamo stati in biblioteche, e poi al ristorante messicano. Io e te abbiamo camminato nella nebbia in campagna, abbiamo visto la nostra gatta guarire da un male misterioso, abbiamo passeggiato per chilometri lungo il mare e sulla spiaggia. Sei stato con me in pineta a fotografare le stelle, hai respirato il profumo del cisto marino, hai visto le cose attraverso i miei occhi. Se tu fossi qui con me ti farei sentire il profumo della pelliccia delle nostre gatte. Passeremmo tante sere sul divano, ascoltando la musica tutti insieme e ballando. E poi ti porterei, ti porterei con me. Nella natura, nel verde, negli alberi, col profumo dell’autunno e dell’inverno e della primavera e dell’estate. Coi colori della terra e dell’acqua. Con le lepri e gli insetti e gli uccelli e il cielo sopra di noi. Ti insegnerei ad amare i libri, le piccole cose. I frutti della terra, la solitudine, il cibo. Le cose strane che ho visto in giro per il mondo quando tu non c’eri. Ti farei vedere le cose essenziali e importanti, via dalla folla, via dal consumismo, in piccoli paesi sperduti e silenziosi. Ti porterei in giro per il mondo per sentire altri suoni, altre lingue. Ti trasmetterei la passione per tutto ciò che è vecchio e per la sua storia, per i libri con le pagine ingiallite e dediche di sconosciuti, per le case abbandonate, le città deserte. Giocherei con te a cucinare, a pasticciare, nel giardino. Ti spiegherei la matematica, imparerei con te tante cose, di nuovo, come se per me fosse la prima volta. Rivivrei con te. Se tu fossi qui.


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Cinque settimane oggi. Che vuol dire, per chi non lo sapesse, che il feto ha tre settimane, perché si conta a partire dall’ultima mestruazione  ma ovviamente le prime due settimane sono nulle perché l’uovo non esisteva ancora. Come mi sento? Felice. Prendo un giorno alla volta, e non pensavo di riuscirci. Ok, lo so che sono solo all’inizio, ma mi sono sempre immaginata nel panico non appena visto il test di gravidanza positivo. E invece no.

Quando ho fatto il test venerdì scorso, e ho visto la linea sottile sottile, sono riuscita a non pensarci per tutto il pomeriggio e per tutta la sera, finché il mattino dopo ho ripetuto il test. E adesso viene il momento clou: dirlo? Non dirlo? A chi dirlo? Ovviamente alla famiglia, perché non sono il tipo da tenere segreti. E poi perché? Se anche succedesse qualcosa, mica sarebbe una colpa, e avrei bisogno di essere consolata, perciò… Alla mia più vecchia amica? Sì, perché è incinta e anche lei mi ha sempre detto tutto, perciò non ho motivo di mantenere segreti. Poi basta: per ora aspetto un po’. Voglio almeno essere sicura che, alla prima visita, ci sia veramente qualcuno qui dentro.

Per adesso i sintomi sono: fastidio (molto leggero) alle gengive, seno molto ingrossato e gonfio, come se fosse pieno d’acqua. Un po’ di acidità di stomaco al pomeriggio. Niente nausee, niente altri sintomi, tranne qualche crampetto tipo mestruazioni ogni tanto. La sensazione del seno è stranissima: è lo stesso tipo di dolore alle ghiandole che mi sentivo quando ero in fase di sviluppo. Adesso capisco esattamente cosa vuol dire “tender breasts”. E io che pensavo di averlo gonfio tutti i mesi prima dell’arrivo delle mestruazioni! Sì, è vero, era gonfio. Ma questa è una sensazione totalmente diversa: non si può sbagliare.

Le mie paure sono tante: che non ci sia il battito cardiaco, che la gestazione si fermi prima ancora di fare la prima ecografia, che mi capiti di abortire, che la villocentesi che farò dia un risultato positivo e quindi debba abortire. Però, nonostante questo, non sono preoccupata. Non ci penso costantemente come mi immaginavo prima di essere incina. Vedremo, mi dico. Vedremo cosa succederà. Da un certo punto di vista mi fa paura anche parlarne qui sopra, parlare dei miei sentimenti e delle mie sensazioni, perché se dovesse andar male avrei di fronte a me, nero su bianco, tutte le mie parole di gioia, e mi farebbero ancora più male. Però se sto a pensare a queste cose va a finire che non scrivo niente fino alla nascita: e allora a cosa serve questo blog? L’ho aperto appunto per sfogare i miei sentimenti, positivi o negativi che siano, e quindi devo farlo. Voglio farlo.

Per adesso gli voglio bene e penso a lui. Penso che sia un maschio (nonostante io voglia una femmina). Gli dico delle cose, mentalmente. Mi immagino di tenerlo in braccio e mi sento una cosa dentro che è indescrivibile… anzi no: è la stessa sensazione di tenerezza e amore che provo quando tengo in braccio i miei gatti adorati. Non è diverso: loro sono parte della famiglia e sono esseri indifesi e un bambino è esattamente la stessa cosa.

Ho comprato dei giornali di incintaggine e gli ho comprato un regalino! Nove anni fa, in viaggio di nozze, abbiamo comprato una maglietta piccolina per il nostro futuro bambino, per potergli dire “Questa te l’abbiamo comprata quando ancora non esistevi, perché pensavamo a te”. Due anni fa gli ho comprato un paio di babbucce azzurre (il rosa non mi piace) che ho appeso in camera mia, in attesa di usarle. E così ieri ho colto l’occasione per comprare una cosa che ho sempre desiderato: una tutina carinissima con il cappellino. L’avrei voluta azzurra, ma facendo i conti di quando nascerà, non c’era la taglia giusta e allora ho ripiegato sul giallo.

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Carina, no? Se tutto va bene, quest’estate gli comprerò altri regalini in giro per il mondo, così saprà che pensiamo sempre a lui!